Scuola COVID-19
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Aprono le scuole. Ma non c’è molto da essere felici – parte 3

Azzolina:”Rischio zero non esiste”

Malesseri a scuola

Cosa succede se uno studente, a scuola, ha febbre superiore a 37.5 o presenta dei sintomi come tosse, nausea, dolori muscolari o altri?

Viene avvertito il referente scolastico COVID, che contatta i genitori e in contemporanea porta il sospetto in isolamento rispetto ai suoi compagni.

A quel punto sarà cura dei genitori contattare il medico di famiglia o la Asl, i quali richiedono il tampone e lo comunica al dipartimento per la prevenzione, che provvede all’esecuzione del test diagnostico.

Malesseri a casa

Se il figlio sta poco bene, si decide di tenerlo a casa, dopo il 3° giorno a casa, poi per poter essere riammessi a scuola, è obbligatorio il certificato medico.

Il problema che il pediatra, per escludere COVID, deve richiedere il tampone.

Esame invasivo per i minori.

Tutta la famiglia bloccata in casa, in attesa dell’esito del tampone.

Il presidente della Federazione Italiana Medici Pediatri, Paolo Biasci, che all’AGI illustra le criticità cui stanno andando incontro pediatri di base e dirigenti scolastici.

Le linee guida per la gestione dei focolai nelle scuole messo a punto da Iss, ministero della Salute e ministero dell’Istruzione, prevedono che in caso di febbre o di sintomi compatibili con il Covid-19, i genitori non debbano mandare i bambini a scuola.

E se il minore si assenta per più di tre giorni per la riammissione a scuola è necessario un certificato che il pediatra potrà compilare solo a fronte del responso del tampone.

La procedura è chiara: il medico fa richiesta di tampone al dipartimento di prevenzione (la Asl), la domanda viene recepita e presa in carico, a quel punto il genitore viene chiamato per un appuntamento, il tampone viene eseguito e poi bisogna attendere la risposta.

Se le richieste di tamponi sono tante, il bambino resta a casa una settimana, 10 giorni.

Magari, nel frattempo, il raffreddore è passato ma dobbiamo comunque attendere.

Nel frattempo il bambino perde giorni di scuola e i genitori mancano da lavoro.

Non si può decidere di non sottoporre il bimbo al test in caso di sintomi lievi?

“È pericoloso sotto due punti di vista”, dice Biasci.

  • “Il primo è sanitario: dobbiamo essere sicuri che il bimbo non contagi i compagni, i maestri e i bidelli tra i quali potrebbero esserci anche persone in là con l’età o con patologie a rischio”.
  • “La seconda è rischiosa a livello giuridico. Dal bambino positivo si risale al suo pediatra che in quel caso ha scritto nero su bianco che il certificato è stato rilasciato dopo aver sottoposto il paziente a un percorso assistenziale anti-Covid (che non c’è stato)”.

Dice Biasci: “Il cerino in mano resta ai pediatri di famiglia.

Tutti parlano sulla nostra pelle, tutti dicono che dovremmo chiudere un occhio ma non è possibile”.

Soluzione in attesa

Un aiuto nel velocizzare l’iter potrebbe arrivare dai test salivari rapidi e meno invasivi.

Ci auguriamo che siano validati presto.

Ad oggi non lo sono, ma pare che l’Iss stia valutando l’approvazione

Positività e rientro a scuola dopo quarantena

In caso di esito positivo, il Dipartimento di sanità pubblica avviserà il referente scolastico Covid-19 e l’alunno rimarrà a casa fino alla scomparsa dei sintomi e all’esito negativo di due tamponi, eseguiti ad almeno 24 ore di distanza, seguendo le indicazioni del Dipartimento in merito alla riammissione in comunità.

L’alunno rientrerà poi a scuola con attestato del Dipartimento di sanità pubblica di avvenuta guarigione. In caso di negatività, invece, il pediatra di libera scelta (o medico di medicina generale), una volta terminati i sintomi, produrrà un certificato di rientro in cui deve essere riportato il risultato negativo del tampone.

L’alunno sarà considerato guarito e riammesso in classe solo dopo essere risultato negativo a due tamponi consecutivi a distanza di 24 ore uno dall’altro.

Alla ricerca dei contatti stretti

In caso di esito positivo, sarà sempre il referente scolastico a comunicare alla Asl di riferimento i nominativi di tutti gli studenti, professori e operatori scolastici entrati a contatto con il contagiato nelle 48 ore precedenti all’insorgere dei sintomi.

Tutti i contatti stretti saranno obbligati a 14 giorni di quarantena e l’aula verrà sanificata.

Quali sono i contatti stretti?

L’ultima parola spetta alle autorità sanitarie, sentito il responsabile Covid-19, obbligatorio in ciascun istituto.

Eventuali contatti stretti dell’alunno (non positivo) ma messo comunque in quarantena (ad esempio, compagni di classi e i loro genitori), o contatti stretti di contatti stretti, in base alle indicazioni sanitarie finora fornite, non necessitano di quarantena, a meno che la Asl non disponga diversamente

(se, ad esempio, risultano a loro volta positivi).

La chiusura di una scuola o parte della stessa dovrà essere valutata in base al numero di casi confermati e di eventuali cluster e del livello di circolazione del virus all’interno della comunità. In quarantena scatta la didattica a distanza

Lezioni in quarantena

Durante i 14 giorni di isolamento domiciliare obbligatorio per gli studenti di una classe, la scuola provvederà ad attivare le modalità di didattica a distanza.

Genitori con figli in quarantena

Congedi straordinari e smart working per tutti i genitori di figli minori di 14 anni in caso di quarantena obbligata dei figli: un’eventualità che potrebbe verificarsi in caso di contagi a scuola che comporterebbero la chiusura delle classi interessate o dell’intero istituto.

Genitori in quarantena

Ma se a contrarre il Covid-19 dovesse essere il lavoratore subordinato, anche se asintomatico, l’isolamento obbligatorio domiciliare comporterà anche il divieto di poter lavorare da casa.

Infatti l’isolamento è equiparato alla malattia ed a norma di legge non è possibile rendere le prestazioni lavorative durante questo periodo.

Da valutare

Tra le eventualità in esame ora spunta la possibilità di far lavorare in smart working gli asintomatici, se ci sarà il consenso del lavoratore, è uno dei temi del dibattito nei tavoli di confronto aperti tra sindacati e imprese.

Scadenza del 15 ottobre con la conclusione delle procedure semplificate per il ricorso allo smart working.

Dopo tale data, a meno di novità normative, le imprese non potranno più decidere unilateralmente la messa in lavoro agile dei propri collaboratori ma dovranno tornare a stipulare accordi individuali con i singoli lavoratori per proseguire con lo smart working.

Il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, ha manifestato, nei giorni scorsi, l’intenzione di voler intervenire sullo smart working, modificando la legge istitutiva (la legge Del Conte, la 81 del 2017).

Il 24 settembre Catalfo ha convocato le parti sociali: l’idea della titolare del dicastero di Via Veneto è quella di «reinserire» un confronto/accordo con il sindacato (si ipotizza anche a livello di contratto collettivo), prima di attivare il lavoro agile.

Catalfo ha detto anche di voler rendere più cogente il diritto alla disconnessione (a onor del vero, già oggi oggetto di regolazione, con la legge 81, appunto) e di voler tutelare meglio le lavoratrici, anche probabilmente in vista della fase a singhiozzo che presumibilmente caratterizzerà l’avvio delle lezioni in presenza a scuola

Michela Turzi

Foto di Tumisu da Pixabay

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