IL PARTO,  MAMMA

IL PARTO – QUANDO LA NATURA NON BASTA

Nonostante tre figli, il parto naturale mi è del tutto sconosciuto.

A metà percorso della mia prima gravidanza, il feto cresce poco ma comunque cresce, mi tengono monitorata più spesso, con ecografie, e mi dicono di stare a riposo.

Giovane e sprovveduta, continuo a lavorare e non mi preoccupo, sto benone, sarò aumentata di 4 kg in tutta la gravidanza.

Altra ecografia, il dottore mi guarda: “Vai a casa fai la valigia e ritorna, ti ricoveriamo”.

Io: “Ah!”

Vado in ufficio e comunico il tutto…

l’ospedale

Eccomi in ospedale, ritardo di crescita, il motivo principale è il mancato apporto di ossigeno e nutrienti tramite la placenta, cioè non consente alla placenta di trasferire sufficiente ossigeno al bambino.

Mi propongono il parto indotto, va bene, e facciamo questa induzione…

La sera mi inseriscono delle fettucce di circa 15 cm, simili a un assorbente interno, sulla testina contengono un materiale che libera a poco a poco piccole dosi di prostaglandine.

È un sistema sempre più usato poiché consente il rilascio graduale del medicinale e quindi un avvio più soft delle contrazioni.

Al mio risveglio, mi ritrovo le ostetriche accanto al mio letto: “Non sente niente?”

Io: “NO!”

Quindi mi portano in sala parto.

E vai con ossitocina a dose minima, per via endovenosa tramite flebo, fa aumentare le contrazioni, accelerando in tal modo i tempi della dilatazione, viene adoperata nel caso in cui il collo dell’utero si è già ammorbidito e raccorciato, ma la dilatazione non procede e quindi il travaglio non si avvia.

Decidono di aumentare la quantità di farmaco, l’ossitocina rende il travaglio decisamente più doloroso.

Nulla accade. Quindi ecco lo scollamento delle membrane, si tratta dello scollamento meccanico, senza rottura, del sacco amniotico dalla superficie interna del collo dell’utero e viene effettuato manualmente dal ginecologo. È una pratica un pò fastidiosa, ma in alcuni casi è utile per sollecitare le contrazioni se il travaglio si è avviato ma procede un pò a rilento.

Ancora niente. E quindi provo l’ebrezza dell’amnioressi, che consiste nella rottura manuale del sacco amniotico, allo scopo di sollecitare la produzione naturale di prostaglandine.

Eliminando il liquido amniotico aumenta il rischio di anomalie della frequenza cardiaca fetale.

Ma passa molto tempo.

Finalmente appare all’orizzonte un chirurgo che era entrato in sala operatorio al mattino presto e mi aveva visto, infatti dice alle ostetriche: “Ma dai, è quella di questa mattina?”

Santo uomo, mi fa il cesareo, un sollievo, ore 17.25, alla 35 +3 settimana di gravidanza, nasce il mio primo figlio, 2070 kg e lungo 44 cm.

Ovviamente era blu per mancanza di ossigeno, portato d’urgenza in incubatrice.

Dimesso un mese dopo 2190 kg

Seconda gravidanza, anche qui si riscontra arresto della crescita.

“Vuole provare il parto indotto?”

Risposta: “NOOO…”

Cesareo programmato, alla 36a settimana di gravidanza, taglio cesareo, eccola, 2200 kg e lunga 48 cm, poca incubatrice e un po’ di culla termica, dimessa un mese dopo 2110 kg.

Terza bambina, grossi progressi arrivando alla 38+5 settimana di gravidanza, taglio cesareo, ed eccola 2550 kg e lunga 47 cm, dimessa dopo 3 giorni, 2430 kg

Il parto cesareo, è un vero e proprio intervento chirurgico che si svolge in sala operatoria, non in sala parto. Il chirurgo incide l’addome e poi l’utero, per estrarre successivamente il bambino.

Viene messa una sonda nella vescica, affinché non dia fastidio al chirurgo durante l’operazione o non venga perforata. La pelle dell’addome viene disinfettata. Il chirurgo incide la pelle, poi i muscoli addominali e l’utero. Il bambino viene estratto e, subito dopo, viene estratta la placenta.

In un secondo tempo vengono ricuciti tutti i tessuti incisi, con del filo o delle graffette che verranno tolte circa 7 giorni dopo.

La durata del cesareo è di circa un’ora e mezza.

Il cesareo viene fatto sotto anestesia epidurale, non si sente dolore, sei cosciente, io parlavo tranquillamente, del più e del meno, con i dottori.

Il bello arriva, quando l’anestesia abbandona il tuo corpo.

In camera d’ospedale vedo entrare l’infermiera che toglie il catetere, fastidiosissimo.

Vedo che estrae una padella da letto. Guardo l’infermiera: “Io li dentro non ci farò un bel niente”.

Aspetto che esce dalla stanza, mi alzo (dolore allucinante a causa dei punti e della ferita), in qualche modo scendo dal letto e vado in bagno da sola.

La cicatrizzazione è mooolto dolorosa, soprattutto a causa delle contrazioni post parto, che a sua volta causeranno perdite di sangue, soprattutto per chi ha subito un cesareo.

Munitevi di mutande usa e getta di rete, assorbenti appositi per il post parto, sono giganti.

Le mestruazioni arriveranno dopo circa 40 giorni e potrete tornare ad utilizzare assorbenti normali, di sempre. Evviva!

La ripresa delle attività normali dev’essere progressiva, ed è più lenta che per un parto naturale.

Dopo un mese e mezzo, si può dire di aver dimenticato il dolore.

Per il primo post cesareo mi hanno consigliano di utilizzare la panciera nei giorni successivi all’intervento, perché aiuta ad alleviare la tensione muscolare nella zona operata e a tenere ravvicinati i margini dell’incisione.

Quando si sta in piedi, dà una sensazione di protezione e di sollievo al dolore.

Ecco appunto, per gli altri due cesarei, mi hanno sconsigliato la fascia addominale, mi incentivavano a camminare, mi hanno anche rimosso la medicazione, così da favorire prima la rimarginazione.

Eccomi, ci sono ancora, tutta intera, con una cicatrice invisibile

Sono dolori finalizzati, si scordano…

Michela Turzi

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