L’impossibilità di amare Berthe
PSICOLOGIA

MADAME BOVARY, G. FLAUBERT – Parte 2

L’impossibilità di amare Berthe

Emma, mentre osserva la figlia che si è addormentata, si ritrova a pensare:

Strano, proprio strano che sia cosi brutta.

Così Flaubert descrive l’affiorare, in Emma, del disprezzo per la propria stessa esistenza, l’astio elaborato nei confronti del marito e di sé stessa.

Il desiderio della bambina di apparire come identità filiale si risolve in un maltrattamento. Intanto, Emma si innamora perdutamente del suo uomo fatale, Rodolphe. Durante l’innamoramento, la donna si mostra affabile nei confronti della figlia, anche se questa ha difficoltà a credere che le attenzioni della madre siano autentiche:

Portamela qui disse Emma. Quanto ti voglio bene, mia povera piccola, quanto ti voglio bene.

Presa dalla consumazione del proprio adulterio, Emma, programma la fuga. Quando al momento di attuare il suo proposito, l’amante le chiede di sua figlia, ella esita per qualche istante prima di affermare: 

Pazienza, la porteremo con noi.

La presenza di Berthe, il suo ruolo sia reale che simbolico si conforma, dunque, alla dimensione espressa da quel  “pazienza”. Per Emma non v’è dubbio che la figlia rappresenta un ostacolo rispetto ai propri progetti di mutamento dello status sociale.

Emma incarna perfettamente la figura di quell’adulto al quale un figlio rende palese una condizione di maturità e dell’assunzione di determinate responsabilità. Ella decide di non fare i conti col proprio ruolo di madre: più che contestarlo, ella lo elude, lo rimuove. 

Accecata dalla possibilità di realizzare il proprio sogno, Emma dimentica le proprie radici, esorcizzando il passato e con esso la propria stessa identità sociale e familiare odiata fino al disprezzo.

Ma tale mutilazione conduce la donna ad un cul de sac esistenziale:

idealizzando la propria identità ella arriva ad annullarla.

Così, quando il suo amante l’abbandona, Emma si ammala, lottando per molti mesi contro la morte. Un’agonia fisica che coincide con un’agonia interiore. Rinunciando alle proprie illusioni, evadendo dalle proprie responsabilità di madre, coltivando utopie e mitizzazioni proprie della dimensione adolescenziale, Emma si abbandona all’afasia, neutralizzando concretamente la propria identità reale per consegnarsi all’immaginario come personaggio letterario, come una sorta di Don Chisciotte femminile identificatosi nei caratteri conosciuti nelle pagine delle letture romanzesche assorbite e poi idealizzate.

Ma Flaubert ci riserva una svolta: una volta guarita, la sua eroina inizia ad essere più indulgente verso sé stessa decidendo di perdonarsi le proprie colpe. 

Contemporaneamente anche l’amore per la figlia diventa in lei finalmente visibile.

Lei fece tornare a casa la bambina che il marito, durante la sua malattia, aveva rimandato a balia. Volle insegnarle a leggere. Non s’irritava più se Berthe continuava a piangere. Aveva optato per la rassegnazione, per un’universale indulgenza. Qualunque ne fosse l’oggetto, il suo linguaggio traboccava di espressioni sublimate. Diceva alla piccola: Non hai più mal di pancia, angelo mio?

Dunque, Emma comincia a donarsi, restituendo alla figlia la mancata visibilità. Poi, subentra il dramma: a seguito di un ulteriore pena d’amore (con Lèon), la protagonista dimentica definitivamente la figlia e, trascurandola, si rinchiude in sé stessa continuando a sperare in una vita migliore.

La piccola Berthe aveva i buchi nelle calze. Se Charles si permetteva qualche timida osservazione, lei rispondeva duramente che non era certo colpa sua.

Seguendo il tragitto esemplare imposto da Flaubert, Emma alimenta il proprio desiderio che la conduce alla follia. Finisce col contrarre diversi debiti e quando, alla fine, le arriva la notizia di un fulmineo sequestro dei beni, decide di avvelenarsi con l’arsenico.

Tale gesto estremo, degno della sua dimensione di personaggio letterario, rappresenta per lei il definitivo sviluppo dell’elaborazione del proprio dolore, della propria infelicità:

Aveva messo fine a tutti i tradimenti, pensava lei, a tutte le bassezze e le cupidigie senza numero che la torturavano. Non odiava più nessuno, adesso. Una penombra crepuscolare le invadeva la mente, e di ogni frastuono terreno Emma non sentiva, dolce e confuso, se non l’intermittente lamento del suo povero cuore, come l’ultima eco di una sinfonia che si allontana.

Dal canto suo, Berthe non è riuscita a farsi amare dalla madre. Del resto, l’amore per i propri figli non è scontato. Immersa nella propria infelicità, Emma non è riuscita a sublimare le proprie sofferenze in nome dell’amore primario, nel materno ed ancestrale afflato che pure appartiene alla propria dimensione di donna. Alla sua morte, la bambina vive qualche mese con il padre, che presto l’abbandonerà a sua volta. Infatti, sconvolto dalla perdita della consorte, Charles non riesce a liberarsi dal dolore. Tocca alla figlia il ruolo di testimone dell’ulteriore lutto:

Alle sette la piccola Berthe, che non l’aveva visto per tutto il pomeriggio, venne a chiamarlo per la cena. Aveva il capo riverso contro il muro, gli occhi chiusi, la bocca aperta, e teneva tra le mani una lunga ciocca di capelli neri. ‘Su, papà, vieni!’ E credendo che scherzasse, gli diede una piccola spinta. Lui cadde a terra. Era morto.

Per la bambina, questo è il segno dell’abbandono definitivo, di un assenza familiare che ribadisce il vuoto, la condanna ad una solitudine provocata da un assenza endemica d’amore. Ancora una volta è una figura filiale ad essere la vittima sacrale di una storia di spossessamenti e slittamenti d’identità, di una dimensione mitologica e letteraria che ci racconta le disfunzioni dell’attaccamento come elementi capaci di generare, non solo simbolicamente, tragedie esistenziali.

Dunque, nella storia di Madame Bovary divengono importanti gli Ideali del Sé: essi assumono una grande pericolosità quando si sovrappongono al vissuto reale, costringendo chi li assume come fondamento, ad una vita fittizia, una vita perennemente proiettata nel futuro e nei desideri agognati, assunti come uniche realtà possibili. Emma guarda alla propria figlia come ad un mero impedimento della  realizzazione di un Sé ideale come se la piccola fosse l’espressione della realtà che la circonda e che la opprime. Quando la figlia le si aggrappa alle ginocchia chiedendole l’attenzione dovuta, tale gesto indica simbolicamente, suscitandola, l’Identità reale di Emma quella che ella ha sempre rifiutato, che non ha mai esibito prediligendo invece un identità fittizia come espressione del proprio ideale esistenziale. Purtroppo Emma vivrà sempre a metà tra l’identità reietta e rifiutata ma non per questo meno presente, e un’altra identità ideale, che Emma è assolutamente incapace di esprimere in modo compiuto poiché quest’ultima è intrinsecamente dipendente dall’esterno, dalle condizioni del caso e delle proprie vicissitudini amorose con l’altro sesso che, concedono ad Emma di sentirsi se stessa.

Anche il ruolo della figlia risulta ambivalente: essa provoca nella madre sia un doloroso sentimento di colpa che una reazione di indifferenza.

 Si può credere che Emma abbia proiettato su Berthe il suo eterno senso di mancanza e insoddisfazione, l’abbia reso reale e poi rifiutato apertamente.

Non sembra casuale che l’unico momento di avvicinamento della madre è quando anche l’ultimo sogno d’amore s’infrange ed Emma accetta la propria condizione terrena, ribaltando l’ottica sul mondo posseduta fino a quel momento: non applicare e costringere le forme della propria vita reale a quelle dei sogni, ma modellare quest’ultimi su ciò che la realtà è. Ecco cosa a quel punto può provocare la metamorfosi di Berthe: non già che lei possa assomigliare ad un angelo ma che una angelo possa assomigliarle.

Dott.ssa Marisol Falcone – Psicologa

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