sinfonia d'autunno
PSICOLOGIA

SINFONIA D’AUTUNNO – PARTE 3

I nodi sciolti

Durante l’incontro notturno avvenuto tra madre e figlia, la prima confessa di aver subito l’esperienza di una madre che l’ha privata del suo amore, incapace di ogni contatto fisico come del minimo calore emotivo. Cosi ella ammette:

Non sono mai cresciuta, il corpo, il mio volto sono invecchiati. Ho avuto tante esperienze, ho conosciuto il mondo, ma è come se non fossi mai nata. Non ricordo nessuna faccia, neanche la mia. A volte mi piacerebbe ricordare mia madre.

Ed è a partire da queste parole che si ripropone il gioco dei ruoli.

Un gioco dove la madre è costretta a primeggiare, non importa più in che ruolo e in che posizione morale. Lo fa comunque, mostrandosi la più fragile, la più bisognosa di affetto:

Non volevo essere madre, speravo che tu capissi che ero indifesa quanto te. Speravo che fossi tu ad abbracciare me.

Eva si rivela stupita da queste ammissioni attraverso le quali viene ulteriormente sottolineata la sua impossibilità di mutare la propria condizione all’interno del rapporto: inesorabilmente Charlotte continuerà a privarla della sua identità (dovrebbe essere la madre a prendersi cura della figlia e non viceversa).

 Eva ammette che non può esserci perdono per il comportamento materno ma poi, a seguito della sua improvvisa partenza, ella le scrive una lettera:

 Ho preteso troppo da te senza darti niente in cambio, ti ho tormentata con un vecchio odio che non ha più ragione di esistere. Chissà se la mia lettera ti arriverà, mamma, questo non lo so. E non so se la leggerai, e comunque credo che sia troppo tardi. Ma voglio sperare che serva al nostro amore perché è doloroso riconoscere i nostri errori. Al di là di ogni cosa esiste la pietà, la compassione. Forse è ancora possibile curare le nostre ferite, vivere quel che resta e volersi bene. Io non farò più niente, che possa cancellarti dalla mia vita. Ho ancora fiducia. Non mi arrenderò anche se è troppo tardi. Non credo che sia troppo tardi, non può essere troppo tardi.

Con queste parole, Eva non fa che ribadire il proprio senso di colpa avvertito in realtà da entrambe le donne. Una colpa muta e insormontabile. Una colpa materna, inconsapevolmente trasmessa da madre a figlia.

Dopo i racconti di Eva, dopo le sue ammissioni di dolore, i tasselli del puzzle si rimettono al loro posto: nonostante la verità ammessa (e manifestata), la storia non può cambiare poiché i ruoli risultano immutabili. Eva ritorna ad essere, da un lato la bambina di sempre e, dall’altro la donna che copre le inadempienze della madre. Come ella stessa ha ammesso una volta al marito:

Non si finisce mai di essere una madre ed una figlia.

Queste due donne non possono capovolgere la storia della loro vita. Solo per una notte riescono a guardare in faccia la realtà, ma questa risulta ad entrambe intollerabile. Cosi anche Eva, dopo la fuga materna, decide anch’ella che l’unica via per continuare a sopravvivere (seppur nel dolore) è il non vedere le cose.

Tale falsa stabilità è solo una prigione che uccide progressivamente la voglia di vivere, dove non vi è più alcuno spazio per i sentimenti. L’amore diventa “cattivo” perché dall’assenza della persona amata nasce la sofferenza.

Ma nonostante questo, il film si chiude con la doppia ammissione dell’impossibilità di percorrere la via della completa solitudine.

Eva, si rivolge cosi al figlio morto:

Erik mi stai accarezzando il viso, mi stai dicendo qualcosa sotto voce. Sei con me, non ci lasceremo mai noi due.

Contemporaneamente, nel treno che la porta lontana dalla figlia, Charlotte rivolgendosi al suo amico Paul (egli è venuto a prenderla a casa di Eva), dice:

Che cosa farei senza di te, Paul, e tu cosa faresti senza di me?.

Ed è da queste duplici affermazioni che emerge l’insopprimibile bisogno dell’altro, il desiderio di negare l’assoluta solitudine.

Charlotte ha fatto esperienza di una madre assente, incapace del minimo contatto, del minimo calore. La medesima relazione si ripropone tra Charlotte e le sue figlie.

Secondo E. Erikson, psicologo statunitense (1902-1994), dalla nascita al primo anno di vita del bambino il compito principale è acquisire un buon equilibrio tra fiducia e sfiducia. Egli definisce il senso fondamentale di fiducia come: “una fiducia essenziale in altre persone, nonché un senso di fiducia in sé stessi”(P. H. Miller, 2002).

In questo contesto resta fondamentale la figura materna, questa crea infatti il senso di aspettativa nei propri bambini attraverso la cura. Il bambino sviluppa fiducia in se stesso sentendo l’amore e l’accettazione degli altri. Ma è altrettanto importante che la madre abbia fede in se stessa come genitore e nel crescere il figlio. Se la sfiducia supera la fiducia, il bambino e poi l’adulto può essere privato della sicurezza in se stesso. Le esperienze fatte durante l’infanzia sviluppano le fondamenta per il ruolo che il bambino avrà nel futuro. La capacità di dare agli altri.

In Charlotte è assente la fiducia, quella che ogni madre dovrebbe possedere rispetto al proprio ruolo. In lei risulta assente quella sicurezza, tutta materna, capace di farle meritare la fiducia che ogni figlio, dovrebbe rivolgere alla propria madre.

Dott.ssa Marisol Falcone – Psicologa

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